“Undici voi, migliaia tutti noi”. Michele Magrin e un passione targata Monza: “Sono un calci-autore”

Monza, 17 agosto 2026 – “Undici voi, migliaia tutti noi.…”. Rullo di tamburi, schitarrata elettrica. Decibel a mille. La canzone invade gli spalti dello stadio Brianteo. Da vent’anni, a cantare dagli altoparlanti una voce giovane, fresca e grintosa. Da qualche mese anche su Spotify, dal vivo allo stadio nel 2012 in occasione dei mesti festeggiamenti per il centenario (si era in piena crisi societaria).

Ma quando qualcuno ha provato a sostituire quello che è l’unico Inno mai scritto per il Calcio Monza, e ha aperto un sondaggio on line per chiedere con cosa sostituirlo, ne è uscito con le ossa rotte. I pochi ma orgogliosissimi tifosi biancorossi non ci pensavano nemmeno a sostituire quello che era diventato ormai un refrain.

Un caso più unico che raro: a comporre, suonare e interpretare quell’Inno era stato un calciatore proprio del Monza. Michele Magrin da Bergamo, classe 1985, figlio d’arte (papà Marino fu fine mezzala in Serie A con Atalanta, Juve e Verona).

Michele Magrin nel 2006 quando giocava con la maglia del Monza

Michele Magrin nel 2006 quando giocava con la maglia del Monza

Michele, un’onorevole carriera nelle serie minori (16 anni sui campi, di cui 6 in C), non si diverte a ricordare la folle idea: “Sono sempre stato innamorato della musica, scrivo canzoni da quando avevo 15 anni, è la mia passione accanto al calcio. Al Monza sono diventato ‘grande’: dopo le giovanili all’Atalanta, ho giocato le mie prime due stagioni da professionista al Monza, in C2 e in C1, erano gli anni della rinascita dopo il fallimento. Con Giuliano Sonzogni in panchina, disputai una finale playoff, mancammo la B per poco”.

Perdeste contro il Genoa...

“Impossibile farcela contro una piazza simile, ma ci andammo vicini. Perdemmo in casa all’andata, ma al ritorno vincemmo 0-1 a Genova”.

Metteste paura ai Grifoni.

“A un certo punto cominciarono a buttare palloni in campo per perdere tempo, se la facevano sotto. Avremmo meritato noi, belli e sbarazzini”.

Con Sonzogni ci si divertiva.

“Grande allenatore e grande uomo, uno di quelli che parlavano sempre chiaro, coerente”.

Merce rara nel calcio, non aveva telefonini e mandò al diavolo pure Bettega alla Juve...

“Ci divertivamo, in campo si vedeva, e c’era grande rispetto fra giovani e vecchi. Non a caso da quella squadra uscirono giocatori che avrebbero fatto gli allenatori o i dirigenti come Zaffaroni, Espinal o Pontarollo”.

Aneddoti spassosi, come le scarpe colorate di Egbedi… Sonzogni si infuriava...

“(ride) Era un bel gruppo. Sonzogni era un tattico con giocatori molto tecnici, un gruppo ironico e intelligente”.

E l’Inno?

“Non ce ne esisteva uno. Mi misi una sera a scriverlo e in venti minuti era pronto”.

Funzionò alla grande

“Le cose scritte di getto sono quelle che vengono meglio. C’era dentro tutta la passione, il sentimento… perché quando le cose sono fatte col cuore, l’universo trama a tuo favore”.

Torniamo al verso ‘Undici voi, migliaia tutti noi…’: un po’ ottimista, non trova?

“Ma la passione per il Monza era una scintilla che ha sempre covato sotto la cenere. La canzone parlava di quello. Anche quando il Monza è fallito ed è retrocesso in D, il tifo era pronto a riesplodere: e quando il Monza è andato in A, quella passione è divampata!”.

Ha lasciato un pezzo di cuore a Monza?

“Ho giocato anche da altre parti, mi sono tolto le mie soddisfazioni...”.

Centrocampista molto tecnico.

“Davanti alla difesa, come Modric o Rodri (ride). Sonzogni una volta disse che dal punto di vista tecnico non ero secondo a nessuno. Ero giovanissimo e mi fece grande piacere. . Dai 27 anni in avanti vissi le mie stagioni migliori, ero maturato, mi volevano tutti. Nel 2015 fui nominato miglior giocatore della Serie D. Come playmaker vinsi un campionato allo Sporting Bellinzago, sarei tornato in C e mi sarebbe piaciuto, ma la società non aveva i soldi e alla fine decise di non iscriversi. Non ho rimpianti, ho voluto lasciare spazio anche alle mia passione come la musica, ho scritto tante canzoni, si trovano su internet. Per scherzo con un neologismo, mi definivo un calciautore!”.

Figlio di un calciatore di Serie A...

“Ma senza pesi. Mio padre era diverso da me, mezzala, un incursore. Ho tanti bei ricordi di quando andavo a vederlo, una volta Ancelotti alla Juve mi portò con sé in panchina”.

Per chi tifa?

“Da bambino vedendo mio padre a Verona cominciai a tifare Hellas. Una volta vidi Bagnoli che faceva correre come matti i suoi giocatori sotto la pioggia a pochi giorni da una partita e gli chiesi perché, non capivo perché non si preoccupasse a farli stancare… ero un bambino: non ricordo cosa mi rispose ma mi fa ancora sorridere ripensarci”.

Appesi gli scarpini al chiodo, si è messo ad allenare.

“Mi diverto e mi piace”,.

Le ultime due stagioni nelle Giovanili del Monza

“Vice dell’Under 18 e primo allenatore nell’Under 16. Per me più che i trofei, che come dice Guardiola sono fatti solo per prendere polvere negli armadi, mi resta la soddisfazione di quello che insegno ai ragazzi. E ricevere ancora telefonate da tanti di loro mi gratifica. Vuol dire che ho seminato bene. Forse è anche per questo che il calcio italiano è un po’ in crisi, perché si dà meno peso all’aspetto umano”.

Al Monza la sua collaborazione si è appena chiusa.

“Ci sta, nel calcio è così, quando cambiano i dirigenti si portano spesso uomini di propria fiducia. Mi hanno fatto una proposta ma l’ho rifiutata perché mi sembrava non fosse utile alla mia crescita. Spero di trovare altro e perché no, un giorno non mi dispiacerebbe tornare per la terza volta a Monza, questa città mi piace”.